Sep
11

di Giorgio Jannis
semiologo e social designer
www.jannis.it

[note a margine della tavola rotonda “Il futuro del libro si chiama biblioteca…” moderata da Mario Guaraldi]

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Dei ragionamenti complessi si sono intrecciati a Fosdinovo, durante il convegno. Bisognava parlare di molte cose che stanno dietro o prima del libro elettronico, la progettazione e la produzione e l’autorialità, e di molte cose che stanno davanti al libro e all’ebook in particolare, come la ricezione dei contenuti secondo le nuove possibilità tecnologiche, oppure i modelli economici che possiamo immaginare si riveleranno maggiormente adeguati a cogliere le novità portate dall’attuale Rinascimento digitale.

In particolare, andrebbero puliti i concetti stessi che utilizziamo per pensare la tematica dell’editoria digitale – trattandosi in fondo di intendersi sui nuovi significati di certe parole, come “libro”, o su certe parole nuove come “web sociale” – avendo provato a fermare alcuni punti fermi dei ragionamenti: c’è da colmare un ancor ampio spazio di confronto e conoscenza riguardo le potenzialità del dispositivo di lettura come oggetto tecnologico, riguardo le modificazioni che la scrittura stessa subirà dalle nuove forme di contenuto praticabili, oppure l’analisi della “user experience” (da re-introdurre nel circuito della progettazione del testo) in quanto dimensioni dell’esperienza del lettore, della sua immersione nel mondo narrativamente organizzato in pagine e rimandi intertestuali.

Ma credo si stia ancora sottovalutando quanto il contesto sia cambiato negli ultimi vent’anni. Ragionando sul singolo libro, sul singolo testo per quanto “aumentato” dalle possibilità tecnologiche di fruizione, ci concentriamo troppo sul messaggio, mentre sappiamo che il senso scaturisce sempre dal gioco figura-sfondo, dallo stagliarsi del contenuto contro l’enciclopedia stessa, intesa come insieme dei saperi socialmente condivisi e dalla collettività mantenuti vivi.
Il modello di pensiero grazie al quale leggiamo i fenomeni nuovi che stanno accadendo, in questo caso intorno all’ebook come simbolo della nuova editoria, è ancora legato a una visione classica costruita da biblioteche e quotidiani, stamperie e diritto di copia.

Ma ora noi abitiamo in Rete, e tutto cambia.

Un secolo dopo le avanguardia artistiche del Novecento, viviamo ancora dentro modelli di pensiero che non solo concepiscono l’opera come romanticamente formata in modo compiuto dentro la scatola cranica del suo autore, ma hanno in sé una propensione a leggere comunque il fare espressivo come svincolato dal contesto culturale in cui esso appare. Senza voler esasperare i termini, senza voler estremizzare le affermazioni di cui sopra – in fin dei conti i percorsi storici dei linguaggi espressivi più o meno “artistici” appartengono alla cultura generale della nostra epoca – rimane comunque viva l’idea di un “oggetto culturale” in sé conchiuso, capace di veicolare il proprio significato contando solo sulle proprie forze, sulla propria capacità di mettere in scena le circostanze di enunciazione e la relazione comunicativa con il fruitore, che sarebbe meglio da subito chiamare interlocutore.

Nella storia del ‘900 troviamo esplicite delle riflessioni teoriche e delle pratiche progettuali e realizzative che minano profondamente questa nostra fiducia piuttosto ingenua nella solitudine dell’opera: l’ideologia romantica perde molto del suo significato in un mondo dove molti possono accedere alla fruizione e alla produzione di immaginario nelle forme codificate – abbiamo quindi una democratizzazione dell’autore. Inoltre, l’industria culturale nel suo frammentare e rimescolare i processi produttivi e espositivi delle storie giunge (o permette al nostro pensiero critico di giungere) alla considerazione merceologica del nostro abitare riti e miti che però trovano format di divulgazione mediati dall’intelligenza di chi ragiona in termini di marketing, dando luogo a una Società dello Spettacolo, del simulacro.

Ancor di più, l’analisi testuale ha mostrato come il testo in realtà sia sempre molti testi, e stiamo parlando proprio del punto di vista autoriale e della sua capacità di riorganizzare il contesto narrativo, piuttosto che concentrare la propria attenzione sul semplice messaggio.
Lungi dall’essere isolato, il testo è nativamente permeabile, attraversato da altre narrazioni, da libri che richiamano altri libri, e in fin dei conti in una biblioteca tutto si tiene con tutto, e tutte le biblioteche del mondo concepite come luoghi del sapere statico riecheggiano le une con le altre, nel tessere le forme stabili della Conoscenza. Ma il modello biblioteca, tanto quanto quello di opera autonoma, oggi non sono più sufficienti.

Oggi possiamo letteralmente vedere il farsi della cultura, nei processi dinamici dell’emergere della Conoscenza in Rete, su web, o su quelle nuove pratiche fisiche rese possibili dall’esistenza della Rete. Rete che va ribadito è sempre esistita, come legame tra le persone, tra le collettività, tra i libri e i depositi di conoscenza (memoria interne o esterna a noi) che tra loro tessono trame, e che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno potenziato, facendone emergere gli strati osservabili, il fare concreto umano di condivisione e scambio, il fare cultura che è sempre intercultura.

Di un testo oggidì immateriale, slegato dal suo storico supporto e veicolo cartaceo, anzi in grado di abitare indifferentemente la nuvola dei dispositivi di lettura oggi disponibili o nelle reti di visibilità elettroniche, comprendiamo la sua capacità di ri-giocare la relazione tra la figura e lo sfondo, relazione da cui orginariamente sgorga il senso dell’opera, nonché il senso del nostro fruire l’opera, nell’interazione. Anche ragionare al di là della figura dell’Autore, della sua intenzionalità, ci riesce facile nel provare a insistere con lo sguardo su paesaggi di pratiche culturali assolutamente innovative, quali quelle che vediamo a esempio per prove e errori sperimentare dall’industria editoriale, alla ricerca di nuovi equilibri e modelli economici di funzionamento, nell’epoca in cui non tanto l’informazione quanto l’attenzione è un bene prezioso, da contendersi.

Proprio questo è il posto dove ci troviamo: non più circoli di intellettuali dell’antica Grecia o cenacoli rinascimentali o avanguardie culturali tratteggiano il valore e la forma degli oggetti della conoscenza, ma in maniera condivisa e collaborativa tutti insieme nella Grande Conversazione stiamo patteggiando tra noi il modello di pensiero con cui pensiamo lo sfondo, il contesto da cui sappiamo dipende il senso enunciato dei messaggi, dei testi, delle opere d’ingegno.
E anche noi procediamo per prove e errori, congetture e confutazioni nel negoziare un concetto stabile (una credenza, sempre ipotetica e fallibile) di come sia da rappresentare lo sfondo, utilizzando metafore della Rete tecnosociale che richiamano rizomi, città di testi, viabilità delle idee, ambienti artificiali connessi in cui le collettività vivono, la mente che abita dentro e fuori di noi, l’ecosistema della conoscenza, il bosco delle narrazioni; da questo calderone un giorno nasceranno modelli maggiormente attagliati alla complessità attuale, nativi, e non banali adeguamenti di modi di fare obsoleti.

Agli albori del cinema, i Lumiere cercavano di rendere una realtà teatrale, mentre Georges Melies già sperimentava narrazioni nuove, avendo compreso il montaggio come proprium del linguaggio cinematografico. Inizialmente abbiamo sempre adeguamenti di vecchi format dentro i nuovi linguaggi, ma dovremmo ormai anche aver compreso che proprio in simili situazioni conviene osare qualcosa in più, per avere fiducia poi nella “pubblicazione” del nostro fare, rendere pubblico tramite la Rete, quale garanzia etica di controllo intersoggettivo, di trasparenza, di dialogo e pluralità.
I libri quindi, ma in realtà ogni porzione di contenuto di qualsiasi lunghezza o argomento, su molti media differenti, insomma qualsiasi testo, abita da sempre in Rete. Oggi in più si muove rapidamente su scala planetaria, innesca conversazioni in tempo reale, connota di sé relazioni e situazioni.

E il supporto tecnologico che lo veicola, passando dalla lenta carta all’interattivo ebook reader, diventa come una polla d’acqua nelle terre di risorgiva, dove affiorano in superficie brani di contenuti che circolano comunque in Rete. Il testo che leggiamo su un dispositivo connesso diventa segno e metonimia dello Scibile tutto, segno non solo letterario ma anche concreto in quanto permanentemente connesso con l’insieme, metonimia da interpretare dinamicamente, come capacità dell’opera di restare sintonizzata con il contesto di riferimento (l’ambito del discorso), e magari di cangiar forma e contenuti su pulsione di quello.
Quello che potremmo vedere in poco tempo, e che mi piacerebbe osservare, sarebbe la possibilità per il dispositivo di lettura di “campionare” e di riportare quel contesto unico e originale dato dal nostro personale interagire con il testo, la vera situazione di fruizione, riuscendo a tracciare dentro il flusso delle conversazioni in Rete alcune caratteristiche di questa relazione, quali i suoni ambientali, il ritmo e i tempi di lettura, l’insieme delle annotazioni e dei commenti e delle sottolineature del testo…

Qualcosa di simile già accade con i nuovi ebook reader, dove un manuale o un saggio di studio, vivi e cangianti, si modificano sotto i nostri occhi, per mostrarci come altri hanno letto quel testo, come lo hanno sottolineato, in una piena concezione social della tecnologia e della condivisione culturale.
In ogni caso, io ho paura delle idee vecchie, non di quelle nuove.

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