Sep
12

di Marina Boscaino
docente e giornalista

[intervento nella tavola rotonda moderata da Maria Grazia Fiore]

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Per il secondo anno ho partecipato alle non-conferenze di Fosdinovo e per la seconda volta ho avuto l’impressione che possa ancora esistere una comunità di persone che abbiano qualcosa da dire, indipendentemente dallo sloganismo di maniera che inquina in molte sedi il dibattito sulla scuola in questo momento. Non è un risultato marginale. Quest’anno sono stata chiamata da Noa e Maria Grazia come interlocutrice in una tavola rotonda. “Per amore o per forza: note a margine dell’obbligatorietà dei libri di testo”.

Confesso il mio scetticismo iniziale: un mio pregiudizio relativo al fatto che il problema dell’obbligatorietà dell’adozione possa oggi rappresentare un tema significativo, mentre la scuola viene vessata da ben altri provvedimenti, che ne impoveriscono il carattere emancipante e di strumento di “rimozione degli ostacoli”, come recita l’art. 3 della Costizione.

Il disinvestimento programmatico e sistematico sulla scuola ha prodotto effetti tali – dal punto di vista culturale, sociale, della cittadinanza – talmente enormi e negativi che nessun libro di testo, su qualsiasi dispositivo, anche i migliori, potranno mai scongiurare la caduta libera del sistema scuola. Questi 2 anni di mobilitazione e di impegno pressante sulle condizioni della scuola mi hanno fatto entrare a contatto con una condizione di disagio diffusa e omogenea molto profonda, che parte da lontano, che porterà – considerati i provvedimenti dell’attuale governo – molto lontano dagli obiettivi della scuola democratica.

E invece la domanda di Maria Grazia sulle Indicazioni Nazionali ha aperto un nuovo fronte di riflessione, che – grazie anche agli interventi degli altri partecipanti – si è subito rivelato interessante e potenzialmente ricco di sviluppi. Mi sono occupata per ProteoFareSapere di compiere un’analisi su queste bozze per quanto riguarda il mio gruppo disciplinare (Italiano e Latino al triennio). Le Indicazioni Nazionali – i programmi, come si chiamano più comunemente – mentre scrivo sono ancora in bozza, nel senso che non hanno valore di legge, dal momento che non hanno percorso l’iter giuridico che le renderebbe tali. Eppure zelanti case editrici si sono affrettate a licenziare libri di testo che accogliessero – già in maggio, quando i collegi dei docenti sono stati chiamati ad adottare i testi per il corrente anno scolastico – gli indirizzi di contenuto di quelle bozze.

Nel merito non posso che entrare marginalmente: si tratta di un affrettato copia-incolla, che il ministero ha prodotto variando in maniera totalmente irragionevole sezioni delle tradizionali scansioni (la letteratura italiana delle origini – la più ostica! – spostata al termine del secondo anno di liceo, durante il quale si leggono anche i Promessi Sposi, per esempio; la conseguente solita enfasi sul Novecento (da più di 10 anni annuncio sostanzialmente ignorato e non praticato dalla nostra scuola); mancanza di una specifica definizione di competenze, a vantaggio di una centralità assoluta delle conoscenze disciplinari; attaccamento ai vecchi programmi invece che individuazione di “nuclei fondamentali e imprescindibile”; nessun interesse per la pluridisciplinarità; nessun cenno alla necessità di un rinnovamento dei paradigmi epistemologici delle discipline per accompagnare il cambiamento di un mondo sempre più complesso). Sapore di passato, nemmeno immarcescibile.

Queste modalità rozze e dismesse sono uno dei tanti specchi del modo in cui chi ci governa ha messo mano alla scuola: con disimpegno, con dismissione, con una rinuncia definitiva ad affidare alla scuola stessa un progetto culturale differente dal risparmio ai danni delle fasce più svantaggiate della popolazione e della rinuncia alla costruzione (che significa elaborazione, studio, riflessione, confronto consapevole) di una società della conoscenza che abbia un effettivo peso rispetto alla sviluppo e alla crescita del Paese.
È per questo che il criterio dell’obbligatorietà del libro di testo può anche rappresentare, in questo specifico momento, un elemento di garanzia nella dissipazione dei fondamentali diritti esigibili: diritto allo studio e all’apprendimento, diritto alla libertà di insegnamento, diritti alle pari opportunità per tutti i cittadini del nostro Paese.

La giungla di proposte, l’incedere violento dei localismi, di una logica da diritto di nascita; le dichiarazioni continue di distinzione tra Nord a Sud; il trattamento differente riservato agli studenti dei tecnici e dei professionali (i segmenti ad utenza socialmente più debole) rispetto a quelli liceali impongono una vigilanza ferrea e norme che non lascino margini di arbitrio. E che non avallino criteri di improvvisazione e di fai da te cui molte scuole sembrano propense. E che creerebbero – anche nella strumentazione – ulteriore disomogenietà. Il criterio di autorevolezza – a prescindere dalla specificità del dispositivo (cartaceo o digitale) – deve essere necessariamente quello al quale noi insegnanti e le famiglie dobbiamo esigere di informare le nostre scelte e i prodotti che destiniamo ai nostri alunni. La parola “obbligatorietà” – come nel caso dell’obbligo scolastico – assurge in questa accezione a tutela dell’interesse generale e della scuola come luogo della concretizzazione delle pari opportunità e dell’inclusione.

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