Sep
12

di Virginio B. Sala
Università di Firenze
www.viacartesio.eu

[intervento nella tavola rotonda moderata da Maria Cecilia Averame]

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C’è molta preoccupazione per il tema della “conversione”, a quanto pare. Ma non penso che sia davvero la cosa importante.
Intanto, bisogna ricordare sempre che la realtà in cui ci troviamo a operare è in movimento: un anno fa non parlavamo neanche di iPad, oggi è già diventato una specie di oggetto di culto, chissà cosa ci riserva il prossimo anno… Solo qualche anno fa la parola d’ordine era “disintermediazione”, oggi vediamo riproporsi potentemente la figura del distributore, che ha solo cambiato pelle. Non bisogna concentrarsi troppo su quello che c’è oggi, bisogna invece tenere un atteggiamento il più aperto possibile.
Ci sono alcune cose, invece, che mi sembrano molto importanti, e di cui invece si parla poco o nulla.

Uno degli aspetti più interessanti del mondo digitale è che ci ha costretti a riformulare il senso di molte attività, a ripensare la loro funzione liberandola dalle contingenze di particolari condizioni fisiche. Per gli editori, significa dover ripensare il proprio ruolo, una volta che si è liberato dal rapporto esclusivo, o almeno privilegiato, con la carta. Ci si rende conto allora che il “pubblicare” va riesplorato, in un contesto che ci mette a disposizione un repertorio di strumenti molto più ampio.

Parliamo tanto ancora di “libro”, ma se pensiamo al nostro comportamento di lettori o più genericamente di utenti o fruitori, la verità è che non siamo tanto interessati al libro in sé, bensì alla conoscenza, all’informazione, alla formazione, perché no, anche all’intrattenimento. Per qualche secolo, la tecnologia del libro è stata la risposta migliore a queste esigenze, e si è tanto perfezionata che oggi sembra a molti l’unica risposta degna di questo nome.

Se mi concentro sulla domanda (conoscenza, informazione, formazione, intrattenimento), mi rendo conto però che oggi abbiamo a disposizione molti strumenti diversi e che possiamo scegliere fra tecnologie diverse o fra mix di tecnologie differenti, per svolgere al meglio il nostro compito, in funzione di quello che deve essere comunicato, di chi comunica e a chi comunica, e genericamente del contesto. Questo è il campo in cui hanno sempre lavorato realmente gli editori, e possono continuare a farlo, usando la carta quando è il veicolo più adatto, ma anche altre forme quando si presentano più adeguate.

Molte critiche rivolte agli editori si basano sull’idea che siano solo degli intermediari, lì seduti tranquilli ad aspettare che arrivi un autore con il suo manoscritto che poi non faranno altro che “pubblicare”. Chiunque abbia fatto un po’ questo lavoro sa bene, invece, che gran parte delle opere pubblicate sono il risultato di idee nate dentro la casa editrice: si cercano di interpretare segnali deboli, si cerca di capire quali “cose” interessanti ci siano nel mondo, quali bisogni potrebbero avere i potenziali fruitori; poi si costruisce un progetto, andando a cercare l’autore o gli autori, discutendo del modo migliore di impostarlo e di realizzarlo. Credo che questa funzione sia ancora importante, e che su questo chi vuol fare l’editore debba concentrarsi – “convertendosi” però dalla carta a una visione più ampia, popolata da un numero molto maggiore di possibili “supporti”.

C’è un altro aspetto che penso sia importante: i formati evolvono, qualche volta scompaiono o sono sostituiti da altri. Preoccuparsi troppo della conversione a un formato specifico (ePub, così come è oggi) è probabilmente poco redditizio sul lungo periodo. Bisognerebbe concentrarsi di più sulla rappresentazione del testo che si pone alla base del formato: qual è il modo migliore di rappresentare strutturalmente il testo (nel senso più generale del termine)? DocBook, tanto per fare un esempio? O ci serve qualcosa di più fine? Ogni forma di rappresentazione, bene o male, incorpora un’idea di che cosa sia l’oggetto analizzato, di quali siano le sue parti importanti o significative. Quanto migliore sarà la rappresentazione, tanto più immune sarà ai colpi della sorte (leggi: cambiamenti di formato) e tanto meglio saprò adattarsi ai cambiamenti.

D’altra parte, non bisogna essere troppo remissivi nei confronti di chi realizza il software: che lo faccia pure chi è specializzato, ma se cerchiamo di capire meglio i meccanismi di costruzione dei testi, le loro strutture possibili, e le modalità di fruizione possibili, possiamo anche avanzare delle richieste, formulare i requisiti per le applicazioni. I programmi di lettura sono ancora insoddisfacenti: cercano un po’ troppo di utilizzare la metafora del libro, non fanno molto invece per modellare lo spazio di fruizione, che per molti è anche spazio di lavoro.

One Response to ““Teologia della redazione a venire”: resistenza psicologica e difficoltà oggettive, i problemi della conversione nella piccola editoria [2]”

  1. Maria Grazia
    November 26th, 2010 @ 7:49 am

    Mentre “montavamo” questo blog, mi sono ritrovata a pensare più volte a questo contributo. “Qual è il modo migliore di rappresentare strutturalmente il testo?” Me lo sono chiesto più volte anch’io.
    Credo che questa sia la questione cruciale in questo momento, a prescindere dalle problematiche legate ai formati.
    Il lavoro fatto qui, ad esempio, è basato su un’analisi delle relazioni interne al testo dove per tale assumiamo l’intero “racconto” dell’eBookFest, fatto con media, stili e tempi diversi.
    Il formato per la stampa sarà un altro testo anche perché la sua struttura cambierà. Sono convinta che le nuove sfide dell’editoria siano, in buona parte, in questa direzione…

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